L’Arrivo…

Quando indosso un vestitino o una gonna, mentre guardo la mia immagine riflessa nello specchio, ricordo quando i vestiti me li cucivi addosso e, ricordo, le tue battute sulle gonne corte, e sulle mie gambe che ahimé, non sono più le stesse di 20 anni fa. Ogni volta che guardo la mia immagine riflessa nello specchio, non trovo la somiglianza fisica, ma poi se mi guardo dentro, ricordo quando mi dicevi che io e te eravamo uguali. E forse avevi ragione, perché come te, creo nel silenzio; come te so ciò che mi appartiene e lo custodisco; come te amo in silenzio le mie cose, a modo mio, senza dire niente; come te amo il grigio e se voglio riesco a trasformarlo in colori. Sono trascorsi 15 anni da quel mercoledì pomeriggio alle 15.30, e questi 15 anni credo siano la dimostrazione che l’amore non conosce il tempo, ma conosce i tempi.

26 febbraio 2003

Era già mattina inoltrata quando tutto iniziò a diventare grigio. Per lei però tutto iniziò a diventare grigio da un pezzo; esattamente da quando pensò che i colori dell’alba non erano mai uguali. In un certo senso questa riflessione la rassicurò e produsse in lei una specie di brivido che sollecitò il suo animo.
Era sempre la stessa. La stessa. Di iniziativa ne aveva sempre avuta abbastanza, mai quanto il suo perdersi nei pensieri più disperati e insonni che avevano le sfumature di tutte quelle albe. Oggi si sentiva decisamente meglio e questo mi dava la forza per guardarla.
Una caratteristica onnipotente in lei: la precisione, l’amore per il silenzio. Tutti i suoi movimenti e niente, silenzio. Solo lo schiumare del mare sotto una spinta potente e tutto che si rimpiccioliva. Tutto, come in un film muto.
Poteva significare una cosa sola. Per chi non la conosceva, si sarebbe potuto dire che si trattava di abitudine. No, non lei. Erano i suoi ricordi mescolati ai pensieri, a produrre in quei momenti la colonna sonora adatta. Sempre. Bastava sceglierne uno, si proprio come un disco e il gioco era fatto.
Ma non era solo il ricordo a farla sorridere! La cosa più vivida in lei era averlo vissuto.
Da quale parametro può essere determinata la durata di un pensiero? Credo dallo stesso che determina la durata di un sogno, forse.
Più che viaggiare con la mente, lei viaggiò nel tempo, quella mattina ormai mutata in pomeriggio.
“Ci siamo quasi” si disse, con le narici piene di quella brezza familiare e il cuore leggermente rabbuiato.
Durante il suo viaggio aveva fatto avanti e indietro, in tutte le direzioni, ma con quel bagaglio di sofferenza che segnava forte la sua presenza, il suo punto fermo, il suo nord. Ora se ne stava lì ferma. D’un tratto l’udito le tornò, in tutto il suo fracasso metallico.
Lo stridio dei gabbiani. L’arrivo. Chissà perché l’idea della morte si insinua così fiocamente nei momenti più strani. Una vocina che si fa strada attraverso un chiassoso coro di rumori. Forse è come un pensiero di una partenza, di un viaggio, chissà… Forse è solo paura di una solitudine forzata. Tutto qui.
Il suo viso si adombrò, le sue labbra si schiusero all’ultimo sospiro, guardo poco lontano e capisco. Ecco cosa mi manca, o meglio chi.

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